Festivalul Internațional de Poezie București

Târgul Național al Cărții de Poezie

 13 - 17 mai, 2015. Video 2015

Poems – Andrea Inglesi

Andrea InglesePoemele redate aici sunt scrise de Andrea Inglese și au apărut în volumele de poezie Bilico (Balanța), Edizioni d’if, 2004, respectiv Inventari (Inventare), Editrice Zona, 2001.

Primele două fac parte din Bilico, iar al treilea din Inventari. Textele sunt în italiană (original) și engleză (traducere). 

 

CYNOMACHY IS FORBIDDEN BY LAW – Bilico

 

Le cinomachie sono proibite dalla legge,

non sono automi quei cani, non hanno

tubi e pompe idrauliche dentro

ma vere vene e se le recidi

quando gli stilla il sangue

soffrono, e davvero, come cani,

poiché oggi l’animale, in Europa,

è soggetto giuridico, pur dai vaghi

contorni. Se invece fai lottare

le blatte, indirizzandole tra bordi

di veleni, o le ipnotizzi con lo spray,

o se bastoni un piccione, nessuno

ti sanzionerà, perché un dolore

muto, senza il suo trasparente

teatro, è un’ipotesi

troppo poco attendibile.

 

Così anche quelli oltre molti mari

e montagne, nella loro nube

di sabbia, con le mosche sull’addome,

il cemento rovente. A richiamo

volgono all’obiettivo occhi-fessura:

tentano per la bella occasione

un volonteroso urlo

afono.

Cynomachy is forbidden by law

those dogs are no robots, they don’t have

tubes and hydraulic pumps inside

but real veins and if you cut them

when the blood trickles out

they suffer, and truly, like dogs,

because today animals, in Europe,

are a juridical subject, though vaguely

defined. Instead, if you make cockroaches

fight, directing them between boundaries

of poison, or you hypnotize them with spray,

or if you flog a pigeon, nobody

will punish you, because a silent

pain, without its transparent

theater, is an insufficiently

convincing hypothesis.

 

Thus, even those beyond many seas

and mountains, in their cloud

of sand, with flies on their abdomens,

the hot concrete. When called

they turn towards the lenses slit-eyed:

for the occasion they try to utter

a dutiful silent cry.

Traducerea Gabriele Poole

 

WRITE, HESITANT HAND – Bilico

 

Scrivi, mano esitante,

una data, stendi le cifre,

poni il tratto tra giorno

e mese, poi tra mese

e anno, e chiuditi

pugno adesso

che il tempo è convocato

e attendi tu, ombra

seduta, contorno,

soffio che sfugge

da un corpo e vi ritorna.

 

Attendi il lusso

di avere spessore

e volume: un nome

legato a dei nomi, in un luogo

legato a dei luoghi, una rete

dunque

che ti tenga da qualche parte

sospeso

ancora un poco

lontano dal vuoto.

 

Write, hesitant hand,

a date, spread the numbers out,

add a hyphen between day

and month, and then between month

and year, and close,

fist, now

that the time has been convened

and wait, you sitting

shadow, outline,

breath that escapes

from a body and returns to it.

 

Wait for the luxury

of having thickness

and volume: a name

tied to the names, in a place

tied to the places, a net

therefore

that will keep you somewhere

suspended

a little bit longer

away from the void.

Traducerea Gabriele Poole

 

 

BILDUNGSROMAN DI UN PUNK – Inventari

 

a Maria Vittoria

 

 

Non sapevo quale fosse la gentilezza

di cui parlavi, lingua per me araba,

né conoscevo il rispetto, la tolleranza,

la ginnastica delle buone maniere.

Tu, ostinata, curavi

la mia isteria con assensi ironici e mutismi

di rappresaglia. Alle isole Cies dimostravo,

seduto su uno scoglio, che l’amore

– per circolo logico, somma

di sillogismi molati come lenti

spinoziane –  impossibile, un assurdo.

 

Ti difendevi bene, per irrisioni e incantamenti,

citando pagine d’Ovidio, battezzando

un cespuglio – “questo è il pitosforo

fa fiori bianchi e profumati, e questa

è l’erica che punge e non profuma” –

il dito puntato sul mio buco nella scarpa

“e questo – aggiungevi – è lo stile

del profugo, sbrendolante

e cocciuto”, mi sillabavi anche

i nomi degli dèi greci come a un bimbo

s’insinua nel pianto una nenia,

un bavaglio di sonno, e stordito

dai morsi lirici, ti mimavo

– celebrando il fango del mondo –

Céline l’africano, moribondo

e diarroico, portato su lettighe, le risa

calmavi, disegnando su taccuini

fiori di taràssaco. I soffioni spargevo

controluce, nell’aria incendiata,

e coll’unghia crudele tranciavo

i ponti di ragnatela sospesi

tra ginestre e muri a secco.

 

“La calma è una menzogna:

i parassiti, le raffiche di sale, gli acidi

dell’uomo corrodono la costa in ogni fibra,

sopravvive convulsa la bottiglia

di plastica nella polvere e la pietra

forte di una morte cumulata

che il tenace logorìo dei vivi

non intacca.” Rispolveravo

una fredda rabbia: la foto

di un minatore andino sedicenne

con la ghiaia tra le gengive,

custodivo una memoria non mia,

sacra, orribile, l’icona dei corpi

striscianti  nel buio torrido

dove si pesca il rame.

 

Non sapevo l’uso e il contesto di parole

che per te erano cose ostensibili:

“cortesia” e “rispetto”, per me favole

di fiato. Non ero mai sereno,

disarmato, nell’assedio

di presagi e fantasie correnti:

i boia al lavoro, meticolosi nell’ustionare,

nel bastonare sulle piante dei piedi,

nello strizzare i capezzoli fino alla pazzia.

 

Ho conosciuto la gioia violenta

dei crestati urlanti nel microfono

che a torso nudo tuffavano dal palco

sulla mandria assiepata e scalpitante.

Ho amato la lebbra dei muri scalcinati,

le cicatrici sulla fronte, gli sterri

dove nei bidoni cotti dalla ruggine

un’acqua chimica culla

una testa di pazzo, stravolta

dai baleni dell’anfetamina.

Ho ascoltato, in rapimento, le aspre

sinfonie del rumore, battendo

una catena sul selciato

fino all’ipnosi, nella fabbrica

occupata di via Bernina.

 

Rammento tutte le gradazioni dell’angoscia

assaporata come elemento fatale,

ineliminabile del mondo. Ripercorro

le fratture logiche della paura, le sue vette

violente, il suo bagliore che sorge

da ogni angolo, come un precipitarsi

di lame. E lo sforzo per manovrare

discorsi che hanno perso da ore tema

e direzione. Non ho creduto nella gentilezza,

nel sapore del vino, nel profumo

delle erbe. Ma nelle geometrie frantumate

di solitarie preghiere e meditazioni,

negli esorcismi che chiamano

i pensieri dei condannati, dei sepolti

vivi. È stata una buona strada sbagliata.

La tregua non è meno vera della guerra.

Questo ho capito. Mi sono educato di nuovo

a pesare tutto e con bilance sempre

più precise. E avverto anche un ago

di rosmarino, ora, sul palmo della mano.

Ed è un dettaglio che diventa centrale nel quadro.

E sarò gentile anche con il rosmarino

lo innaffio e lo osservo sotto

luci diverse, gli ho dato concime

liquido, ho legato il vaso crepato

con un filo di stendibiancheria.

E la tortura esiste. E i fiori di rosmarino esistono.

 

BILDUNGSROMAN OF A PUNK

 

to Maria Vittoria

 

I did not know the gentleness

you spoke about, a language to me mysterious,

I did not know respect, tolerance,

the gymnastics of good manners.

You, obstinately, treated

my hysteria with ironical assents and retaliatory

silences. In the Cies islands I demonstrated,

sitting on a rock by the sea, that love

– by a logical circle, sum

of syllogisms ground like Spinozian

lenses – is impossible, something absurd.

 

You defended yourself well, with mockery and spells,

citing passages from Ovid, baptizing

a bush – “this is pittosporum

bears white, sweet-smelling flowers, and this

is heather that stings but doesn’t smell sweet” –

the finger pointed to the hole in my shoe

“and this – you added – is the style

of the refugee, tatteresque

and stubborn,” you also spelled out

the names of Greek gods as with a child

one insinuates a lullaby into its crying,

a gag of sleep, and drowsy

with the lyrical bites, I imitated for you

– celebrating the mud of the world –

Céline the African, dying

and diarrheal, carried on stretchers, the laughter

you calmed, drawing dandelion flowers

on notebooks. The seeds I dispersed

against the light, in the fiery air

and with my cruel fingernail I sheared

the bridges of spider webs suspended

among broom bushes and dry walls.

 

“The calm is a lie:

the parasites, the blasts of salt, the acids

of  man corrode the coast in every fiber,

what survives convulsively is the bottle

of plastic in the dust and stone

strong with an accumulated death

that the tenacious activity of the living

does not affect.” I dusted

a cold rage: the photo

of a sixteen-year-old Andinian miner

with gravel in his gums,

I kept in custody a memory not mine,

sacred, horrible, the icon of the bodies

crawling in the torrid darkness

where people fish for copper.

 

I did not know the use and context of words

that for you were ostensible things:

“politeness” and “respect,” for me fairy-tales

empty air. I was never serene,

disarmed, in the siege

of forebodings and current fantasies:

the torturer at work, meticulous in burning,

in beating the soles of the feet,

in squeezing nipples till madness came.

 

I have known the violent joy

of the crested screaming in mics

diving bare-chested from the stage

on the herd packed and restless.

I have loved the plague of ruined walls,

the scars on the forehead, the excavations

where in rust-cooked barrels

a chemical water rocks

the head of a madman, deranged

by the flashes of amphetamine.

I listened, in rapture, beating

a chain on the sidewalk

to the point of hypnosis, in the occupied

factory on via Bernina.

 

I remember all the degrees of anxiety

savored as a fatal element,

the world cannot be rid of. I reconsider

all the logical fractures of fear, its violent

peaks, its flashing that rises

from every corner, like a commotion

of blades. And the effort to maneuver

discourses that have lost hours hence thread

and direction. I never believed in politeness,

in the taste of wine, in the smell

of grass. But in the crushed geometries

of solitary prayers and meditations,

in exorcisms that call

the thoughts of the condemned, the buried

alive. It has been a good wrong turn.

The truce is no less real than the war.

This I have understood. I have educated myself anew

to weigh everything and with increasingly precise

scales. And I also perceive a needle

of rosemary, now, on the palm of my hand.

It is a detail that becomes central in the picture.

And I will be polite to the rosemary too

I water it and observe it under

different lights, I have given it liquid

manure, I have tied a cracked pot

with a clothes-string.

And torture exists. And rosemary flowers exist.

Traducerea Gabriele Poole

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